Manfredonia: la ‘Dea madre’ risalente al 5700 a. C.

 

 

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Riproduzione del sito 1:1

L’Italia è, come tutti sapranno, ricchissima di siti archeologici ma spesso capita di non essere a conoscenza dei luoghi in cui realmente poter apprezzare importanti opere, come è successo a me di non sapere che a Foggia è presente il sito archeologico neolitico più grande d’Europa. Si tratta di una tra le prime tappe europee visitabili in cui poter ammirare quelli che sono stati gli strumenti in pietra levigata oltreché quelli paleolitici in pietra scheggiata, sancendo così il passaggio fondamentale dell’uomo dalla sua condizione di cacciatore a quella di produttore del proprio cibo. Il Parco Archeologico Passo di Corvo, a Foggia, in contrada Arpinova, si estende per 130 ettari ed è considerato il più grande villaggio neolitico finora scoperto in Europa: precisamente la scoperta è avvenuta nel 1943 durante una spedizione aerea della Royal Air Force. L’analisi delle immagini riprese dall’alto divenne oggetto di studi da parte di grandi archeologi tra cui l’inglese John S. P. Bradford e il rumeno Dinu Adamesteanu che riuscirono a localizzare oltre duecento insediamenti neolitici, tra cui quelli ubicati lungo gli affluenti del Celone, del Candelaro e del Cervaro. I resti di un insediamento databile tra il VI e il IV millennio a.C. furono riportati alla luce ed oggi sono custoditi nel Museo Civico di Foggia e nel Museo Archeologico Nazionale di Manfredonia; il sito di Passo di Corvo è uno dei pochi parchi archeologici del Neolitico visitabili in Italia e ospita anche la ricostruzione in scala 1:1 di una capanna neolitica, con fossato e animali.

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La ‘Dea Madre’ di Passo di Corvo (5700/5300 a.C)

In particolare nel sito è possibile ammirare due statuette in terracotta oggi esposte al Museo Archeologico Nazionale di Manfredonia: si tratta di due figure femminili, alte circa 7 centimetri, di manifattura molto antica. Una di queste statuette è molto particolare per alcune simbologie grafiche diversamente interpretate da alcuni studiosi tra cui il prof. Santo Tiné e l’archeologa lituana Marija Gimbutas, i quali hanno potuto notare che si tratta di una figura femminile, probabilmente una Dea Madre, con occhi socchiusi, con al collo una lunga collana ricadente sul petto a sua volta contrassegnato da due piccoli seni sotto i quali figurano alcuni segni a zig-zag (presenti anche sul fianco e sulla parte posteriore) e due figure composte da triangoli contrapposti a formare come la sagoma stilizzata di una farfalla. Il simbolismo, secondo i due studiosi, rimanderebbe all’elemento acqua che, “in quanto sostanza vitale per eccellenza, costituirebbe uno dei correlati primari della dea”. Il segno della farfalla,  rinvierebbe, secondo la Gimbutas, ad un simbolo di rigenerazione, legato ai cicli vitali dell’uomo della natura; inoltre la donna indossa una collana con ventidue grani che sarebbe legata al numero 11 (11 x 2) e rinvierebbe allo stato di illuminazione propria di chi riesce ad andare oltre l’apparenza e a raggiungere la verità assoluta. Nello sciamanesimo, poi, favorirebbe la concentrazione dei flussi di energia al disopra del chakra del cuore. In tutto ciò entra in gioco anche l’astronomia perché i segni a zig-zag non sarebbero nient’altro che una rappresentazione della costellazione di Cassiopea, una costellazione a cui sarebbe correlato il segno della farfalla inteso come simbolo di rigenerazione, purché considerato in coppia con l’elemento della costellazione-generatrice degli spiriti umani, che in questo caso è Cassiopea. Secondo una credenza presente soprattutto nel Sud Italia, l’anima del defunto assumerebbe la forma di una farfalla, forma riscontrabile anche in bassorilievo presente su una stele daunia del VII sec. a.C. custodita nello stesso Museo di Manfredonia (inv. 0808).

Fonte: https://www.famedisud.it/il-mistero-della-dea-madre-o-sciamana-di-passo-di-corvo-il-sito-neolitico-piu-grande-deuropa/

Autore:

Giornalista/blogger

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