(9 APRILE 1997- 9 APRILE 2020) – Le parole di Nicola Lovecchio sono sempre con noi –

Perché occuparsi ancora della storia di Nicola Lovecchio a ventitre anni dalla sua scomparsa? Non è “storia passata”? No, non è storia perché la nostra comunità ancora non ha acquisito la consapevolezza necessaria. No, non è passata perché le conseguenze di quella vicenda sono ancora intorno a noi e non hanno cessato di perseguitarci. La testimonianza di Nicola, oggi come ieri, ci ha insegnato che l’inquinamento non è soltanto frutto di trascuratezza o di incidenti, quanto anche di un preciso calcolo politico: estrarre dalla capacità di sopportazione dell’ambiente e dagli uomini quanto più possibile in nome del profitto, per poi fuggire di fronte alla conseguenze sanitarie, ecologiche, economiche e sociali della devastazione prodotta. A Manfredonia come a Gela ed a Taranto, in India come in Niger ed in Sud America Eni e le grandi aziende italiane partecipano consapevolmente alla distruzione del pianeta e delle sue risorse per accaparrare profitti. Questa corsa all’oro diventa senza troppe remore una corsa all’inquinamento senza scrupoli, in cui si fa cassa risparmiando sulla sicurezza dei lavoratori, sui materiali utilizzati e sulla gestione di rifiuti e reflui. La grande lezione che Nicola ci ha lasciato è infatti condensata nella frase: “Il prioritario diritto alla salute non va mai subordinato al profitto.” Di fronte all’impianto costruito dall’accusa Enichem non trovo nulla di meglio che difendersi addebitando la forte presenza di arsenico nel sangue degli operai all’abitudine di mangiare alimenti che contengono arsenina, lo stesso elemento tossico per cui l’azienda era nei guai, ma in forma naturale. Gli operai, dunque, avrebbero mangiato oltre un chilo a testa di gamberi al giorno, nel tentativo di alzare la presenza di arsenico nel sangue per ottenere permessi di malattia. Una teoria talmente fantasiosa e ridicola da risultare credibile in tribunale, dove i potenti mezzi del colosso poterono umiliare anche la memoria delle vittime del petrolchimico. Secondo la sentenza dello stato italiano i nostri concittadini morti erano troppo golosi di crostacei. A Manfredonia si moriva di gamberi e non di Eni. Gli operai dell’insacco erano i più golosi, visto il numero degli ammalati di carcinoma, la loro malattia veniva giudicata come correlata ai manicaretti mangiati a casa e non ai veleni che “mangiavano” durante le ore di lavoro. La passavano così liscia coloro che avevano esposto consapevolmente gli operai a grosse quantità di veleni, inalati stando a stretto contatto con il prodotto polveroso che insaccavano.

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Una baracconata di Stato in cui una città umiliata e straziata nell’ambiente e nella salute venne liquidata con una menzogna inaccettabile. Una enorme ingiustizia che servì soltanto a mettere al sicuro i responsabili, ignorando colpevolmente l’incredibile lavoro di ricostruzione del ciclo produttivo fatto da Nicola Lovecchio, lo “scienziato scalzo”. Caporeparto all’ insacco, Nicola ricostruì la catena di montaggio, i processi chimici e gli impianti di produzione, con questa sua indagine “scalza” fu promotore e simbolo della lotta contro l’Eni. La memoria collettiva sipontina resti viva nel ricordo di Nicola, l’uomo che sfidando Eni scatenò la ferocia dello Stato e andò fino in fondo senza arrendersi. Ricordando Nicola non si ricordi pietisticamente e bonariamente l’uomo, magari negando il conflitto che ha scatenato in nome della pacificazione, ma la sua vicenda di profondo valore politico. Si lasci alla famiglia, ad Annamaria che con la sua silenziosa ed immensa dignità ha supportato Nicola prima e dopo la sua morte, i ricordi di marito e di padre. A noi resti la volontà e l’onestà dell’uomo che, tradito dalla fabbrica, non si arrende al suo destino di servo della gleba. Esce dall’ordinarietà perché la coscienza glielo impone e nella lotta coinvolge e convince gli altri a battersi con lui. Nicola sia esempio di cosa un uomo può fare in alternativa alla resa incondizionata, all’accettazione della propria condizione di subalterno. Perché è vero che contro il colosso Eni ha perso la battaglia legale, ma non si può non riconoscere che ha costretto il mostro a togliersi la maschera da benefattore ed a scoprire la faccia del boia. E questa è storia, storia di una battaglia impari che attende ancora giustizia.

Nicola diceva che il male lo aveva cambiato, aperto al mondo e alla verità perché gli aveva portato via il bene più importante, la possibilità di vivere. Sentiva di non aver più nulla da perdere. Fu proprio quello slancio a renderlo immortale. Ora a ventitre anni dalla sua dipartita Nicola vive in noi e nella nostra voglia irrefrenabile di giustizia, per Nicola e per tutte le vittime di Eni.

Collettivo Inapnea

Autore:

Giornalista/blogger

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